Il bacio della Medusa
Questo romanzo mi è nato all'improvviso, quasi a mia insaputa. Come le infanticide, interrogate dal giudice dopo il delitto, ripetono ostinatamente, senza essere credute, di essere state ignare fino a poco prima dell'esistenza della creatura, così io ignoravo da quanto tempo lo aspettassi, e quanto lo avessi desiderato. La sua nascita è stata qualcosa di simile a un'eruzione vulcanica. Talvolta, nelle zone sismiche del mondo, accade: a un tratto, i marinai trovano sulla propria rotta un'isola non segnalata dalle carte nautiche. L'isola tuttavia si trova davanti a loro, innegabile: è nata durante un bradisismo, un maremoto, un movimento tellurico. Esiste. E nessuno sa esattamente da quando. Così, non lo so nemmeno io. Doveva essere il 1991, più o meno. A quel tempo, avevo venticinque anni. Abitavo in una buia casa d'affitto nel quartiere di Roma nel quale ero cresciuta. Anzi, per una di quelle coincidenze che non possono essere prive di significato nel breve corso di una singola esistenza, abitavo a poche centinaia di metri dalla casa in cui ero nata. Il paesaggio urbano, tuttavia, in quei venticinque anni si era trasformato, sicché la strada che nella mia memoria confinava con la fine della città, era sterrata, priva di marciapiedi e vuota (uno dei miei primi ricordi è la Fiat 500 che mio padre ci mostrò dal balcone, una domenica mattina del 1970: la minuscola autovettura bianca se ne stava, teneramente solitaria, davanti all'ingresso del condominio), era ormai divenuta un coacervo di lamiere, accatastate alla rinfusa lungo i marciapiedi. C'erano banche, uffici postali, negozi, ristoranti. E nel quartiere abitavano più di centomila persone. La casa era al quarto piano di un condominio di cinque: a ogni pianerottolo si aprivano sei o sette porte. Non ho mai saputo chi fossero gli altri abitanti. Però conoscevo le loro automobili. La mia stanza da letto - che fungeva anche da studio - affacciava sul garage: avevo imparato a identificare la voce di ogni motore (alcune sgarbate, altre gentili, altre ancora rabbiose), e gli orari del suo padrone. C'era chi si alzava all'alba per andare a lavorare dall'altra parte di Roma, e chi tornava alle tre di notte dopo essere andato a ballare. Si dormiva poco.
Ero andata via di casa da più di un anno, poco dopo la morte improvvisa di mio padre. Roberto Mazzucco conosciuto e stimato come autore di teatro e sceneggiatore televisivo fin dagli anni Cinquanta, nonché infaticabile animatore dell'Associazione sindacale degli scrittori di teatro (da lui con altri illustri amici fondata nell'illusione che anche gli scrittori possano formare una comunità solidale), aveva rappresentato fino a quel momento la mia guida. Una sorta di Virgilio, altrettanto saggio e gentile. Da bambina, affascinata dalla sua misteriosa attività, dalla sua macchina da scrivere, dalla musica che le sue dita producevano sulla tastiera, avrei voluto imitarlo, e mi autodefinivo scrittore. Appena imparai a scrivere a macchina, mi producevo in sistematiche imitazioni, involontarie parodie del mestiere paterno, fingendo di sceneggiare romanzi che avevo appena letto (il primo fu Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, nel 1975). Ma in seguito avevo accuratamente evitato di affrontare la questione di cosa fare della mia vita, e alla sua morte non avevo scritto che un racconto di poche pagine. Che avevo sottoposto alla sua attenzione, ricevendone un sobrio commento e nessuna lode. Quando morì, avevo appena compiuto ventitre anni e non ero affatto convinta di voler scrivere. Ero cresciuta respirando quell'atmosfera indefinibile, e però per me massimamente drammatica, che circonda gli scrittori. Tutti gli scrittori - abbiano avuto la fortuna di essere riconosciuti in vita o la disgrazia di consumarsi nell'attesa di un pubblico. Atmosfera magica, esaltante e insieme opprimente, nella quale il piacere di scrivere, la necessità assoluta - vitale - di scrivere, si unisce alla sofferenza di non poterne vivere, di doverne addirittura morire.
Così era successo a Roberto: morto letteralmente di dolore dopo essere finito sui giornali, innocente, accusato in modo kafkiano per qualcosa che non aveva fatto, o che aveva fatto ma per tutt'altre ragioni. Avevo trascorso con lui il suo ultimo giorno di vita, benché in quel momento non potessi saperlo. Era una domenica, forse l'unica nella nostra esistenza adulta che avessimo mai trascorso insieme. Mi aveva portato nel suo studio - un grazioso seminterrato da noi chiamato la Tana - e a un certo punto, non so come, mi aveva raccontato un suo progetto di romanzo. Mio padre aveva scritto un solo romanzo in gioventù, e una sorta di adattamento di un suo lavoro televisivo; non scriveva romanzi e non li leggeva (non lo ricordo con un romanzo in mano: la sua sterminata biblioteca comprendeva soprattutto volumi di storia, filosofia e teatro). Roberto disse che lo avrebbe pubblicato con un altro nome. Con uno pseudonimo. Così avrebbe ricominciato tutto daccapo. Mi sembrò una strana idea, ma non glielo dissi. Tre ore dopo era morto. Quando, giorni dopo, con mia madre mettemmo ordine tra le sue carte, non trovai il progetto del romanzo della rinascita. E io avevo ascoltato distrattamente la trama. Non la ricordavo più. In quel momento, per me, la scrittura era qualcosa di mortale. Era la Medusa. Pensavo che non avrei mai trovato il coraggio di affrontarla.
E però di scrittura avevo cominciato a vivere. A quel tempo, frequentavo il corso di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. L'esperienza era stimolante, anzi probabilmente è stata la più stimolante che io abbia mai fatto. Ero circondata da ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo che, come me, avevano il sogno di vivere di cinema, di letteratura, di immagini, di suoni. Tutti scrivevano, filmavano, disegnavano costumi, cartoni animati - creavano, insomma, nella libertà sconfinata e un poco disperata di chi ancora non sa come trasformare tanta energia in mestiere. Avevamo per docenti gli scrittori, i registi, i direttori della fotografia, i costumisti e i montatori che avevano scritto, diretto, fotografato e montato i capolavori del cinema italiano degli anni Sessanta. Personalità forti, eccentriche, formidabili narratori di storie e di aneddoti. Li ascoltavamo con ammirazione, curiosità, talvolta diffidenza, ma sempre consapevoli di aver molto, forse tutto, da imparare. Per diventare diversi da loro, ma capaci di inventare anche noi qualcosa - di fare noi il cinema futuro. Così, mentre frequentavo i corsi, avevo cominciato a scrivere i primi soggetti: si chiamano così, i racconti per il cinema. In poche pagine, bisognava riuscire a raccontare una storia, dei personaggi, un'idea, un'epoca. La cosa più stupefacente era che alcuni di quei soggetti ero riuscita a venderli, e a guadagnarci qualcosa. Poco, forse, ma a ventitre anni non serve molto per vivere. O almeno, lo credevo. Così, appena ebbi in tasca il mio primo contratto, me ne andai a stare nella casa sopra il garage, e feci il mio ingresso nel mondo adulto del lavoro. Scrissi dozzine di "soggetti", trattamenti (diciamo i romanzi per il cinema), sceneggiature, dialoghi. Poiché ero una donna, o almeno così pareva, mi affidavano la revisione di personaggi femminili concepiti da scrittori maschi che ai produttori non parevano credibili. Non lo erano, infatti. Onestamente, non credo di aver fatto molto per migliorarli. Ero alle prime armi. Nel frattempo, svogliatamente, mi dedicavo anche alla scrittura della tesi di laurea, che mi trascinavo dietro da anni, come una zavorra, o la palla al piede del condannato ai lavori forzati. Se uso una metafora carceraria, è perché ho sempre avuto un rapporto angosciante con la scuola, istituzione vissuta come oppressiva a causa delle aspettative mostruose di cui era caricato ogni Mazzucco fin dal primo giorno in cui vi metteva piede. L'eccellenza era il minimo che si richiedesse da noi. Però, a causa del rigorismo "calvinista" della famiglia, non si doveva primeggiare: eccellere, non primeggiare. Essere il primo della classe sarebbe stato volgare. Insomma, alla fine bisognava studiare di più e occultare in qualche modo il proprio sapere per essere accettati dagli altri, ai quali costava fatica ciò che a noi, dotati dalla sorte di memoria acuta e acuta immaginazione, non ne costava alcuna. In conseguenza di ciò, avevo concluso il liceo con uno psicodramma, in lacrime davanti alla commissione esterna alla quale avevo propinato un tema "presuntuoso, che non poteva essere stato scritto da una studentessa di diciotto anni", e che dovetti convincere di esserne davvero io l'autrice, e anche la mia carriera universitaria (dopo la maturità mi ero iscritta al corso di Lettere e Filosofia, specializzandomi, se così si può dire, in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea) era stata costellata da episodi tragicomici. Prima di ogni esame, venivo colta da accessi spaventosi di rinite allergica, nel corso dei quali, per arginare l'emorragia di liquidi, dovevo servirmi non di normali fazzoletti, ma di asciugamani da mare larghi due metri. Poi all'esame prendevo trenta, o trenta e lode, ma il dispendio di energie psichiche che mi costava quel risibile successo era tale che a ventidue anni, a quattro esami dalla laurea, pensai di abbandonare l'università. E l'abbandonai in effetti, iscrivendomi al Centro Sperimentale, e se mi laureai fu solo perché sapevo che mio padre l'avrebbe voluto, ed era il risultato minimo che si aspettava da me. Insomma, era come una promessa, e un Mazzucco deve mantenere la parola data. Anche a rischio della vita. La tesi fu l'ultima tappa incresciosa di quell'epoca della mia vita. Svenni alla vigilia della discussione, battei la testa sul pavimento del bagno e dovetti andare all'ospedale per farmi mettere cinque punti di sutura sul mento. L'indomani, ai professori esterrefatti dal gigantesco cerotto che mi deturpava il viso, raccontai di essere stata investita. Non ho mai detto bugie, ma mai la verità.
Insomma, passavo il giorno a scrivere. Un po' la tesi, un po' i dialoghi del film di qualcun altro, un po' le storie che pensavo io. Imparavo a padroneggiare molti livelli di linguaggio - quello accademico, quello quotidiano, quello cinematografico. Imparavo, come un ciabattino, a piantare il chiodo della trama, a capire come aprire e chiudere una scena, a concatenare gli eventi, a maneggiare lo strumento ottico della narrazione - talvolta avvicinandomi, talvolta allontanandomi dai fatti. Affinavo l'orecchio alle parole, immergendomi nelle realtà più impensate (ho scritto perfino gag per un film comico, io che al cinema rido solo guardando i film di Charlot, di Stanlio e Ollio, e di Jim Carrey). Nulla di tutto ciò, però, mi riguardava davvero. I produttori pagavano poco o non pagavano affatto. Ci fu chi mi disse che avrei dovuto pagare io per fare un mestiere tanto bello. Poi successe un fatto strano - uno dei molti che costellano la mia strana vita. Fu come un messaggio dall'al di là, se ci credete.