La lunga attesa dell'angelo

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La lunga attesa dell'angelo

Mi ero fatto lo studio nella parte più remota della casa, dietro la scala. Il soffitto di legno scricchiolava in modo sinistro ogni volta che gli abitanti del piano superiore facevano un passo. Avevo foderato le pareti con tavole che mi servivano da lavagna e quaderno di appunti. Ci appendevo disegni, ci improvvisavo qualche schizzo, qualche scorcio che prima o poi poteva tornarmi utile. Ma le tavole mi servivano anche per attutire i rumori. I continui pianti di Dominico - e poi di Dominico e Marco, e poi di Dominico, Marco e Gerolima - mi molestavano, mi distraevano, mi sconcentravano, mi facevano ammattire. Le ho tentate tutte, per dimenticarli - persino ficcarmi batuffoli di cotone nelle orecchie. Lo studio sembrava un magazzino, colmo fino al soffitto di oggetti insensati e stravaganti.
Ci si muoveva a stento. Era ingombro di calchi di gesso, statue e monconi di statue, piedi di colossi, busti acefali, zampe di cavalli mai realizzati buttate via dallo scultore, tele arrotolate o inchiodate su telai provvisori, abbozzi di terracotta, cera, marmo, elmi, corazze del secolo scorso, fantocci rivestiti con toghe e mantelli di pelliccia, col pastorale in pugno o l´armatura di metallo. Al centro, inchiodando quattro assi di castagno, avevo costruito una casa in miniatura, abitata da pupazzi di cartapesta. Passavo ore a spostarli e illuminarli con le lanterne, per studiare gli effetti della luce sui corpi e per proiettare le ombre. Dal soffitto, a testa in giù, oscillando a ogni spostamento d´aria, pendeva il modello in cera a grandezza naturale che mi era servito per san Marco, al tempo del Miracolo, e poi - per un altro quadro - aveva acquisito le ali, e ormai era diventato il nostro angelo. Lo consideravamo uno di famiglia. Gli parlavamo, perfino. Quella stanza sempre buia, popolata da figure misteriose, abbigliate nelle fogge più strane, esercitava sulla mia bambina un´attrazione irresistibile. Me la ritrovavo sempre fra i piedi, e alla fine avevo dovuto montare una serratura e chiudermi dentro a chiave. Una sera la sorpresi mentre giocava nella casa dei modellini. Li preferiva alle sue bambole. E siccome faceva tutto quello che facevo io, li spostava sui fili ricollocandoli nelle posizioni più ardite e per illuminarli maneggiava le lanterne, col pericolo di bruciarsi e dare fuoco allo studio, alla casa, a tutti. Non era la prima volta che lo faceva, e persi la testa. Marietta era incorreggibile. Aveva già sette anni. Ero sempre stato troppo tenero con lei. Se non l´avessi punita allora, non avrei potuto farlo mai più. Mi chiesi cosa poteva spaventare abbastanza quella bambina curiosa e disobbediente.
La mano del nostro angelo mi sfiorò i capelli, e quel contatto mi diede un´idea sciagurata. Presi una corda. Marietta cercò di proteggersi il viso, ma io non l´avrei mai frustata. Gliela legai alla vita. Me la trascinai in cima alla scala, come un sacco di grano. Mia figlia non si lamentava. Era pronta al castigo. La appesi alla trave del soffitto, accanto al nostro angelo. Quando la lasciai, brancolò nel vuoto. Vola, adesso, e fai il miracolo se sei capace, dissi.
Scesi dalla scala. La bambina tentò di aggrapparsi ai miei capelli, ma non ci riuscì. E più cercava di toccarmi, più oscillava, roteando sulla fune che s´attorcigliava su se stessa. Agitava le braccia e le gambe come se fosse caduta nell´acqua. Mi inginocchiai, rimisi a posto i modellini di cartapesta, poi le lanterne.
La sua piccola ombra lambiva la parete, trascorreva sulla casa dei pupazzi, sfiorava la mia mano. L´ombra volava davvero. Era sospesa sopra di me, a due metri dal suolo. Marieta - le dissi, serio - non ci puoi stare qui. Se fossi un maschio ti insegnerei a dipingere, e ti porterei con me. Ma sei una femmina. E questo non si può cambiare. Non ci puoi fare niente, e nemmeno io. Bisogna accettare quello che non si può cambiare. Perché non si può cambiare quello che non si può accettare? sussurrò, con un filo di voce. Devi stare con Faustina, proseguii, sconcertato. Puoi giocare con Dominico. Ti fabbricherò altre bambole di cartapesta, tutte quelle che vuoi. Ma non toccare i miei fantocci. Non sono cose per te. Ti faccio scendere se mi prometti che non entri mai più qui dentro. Marietta gridò forte: no!
Alzai la testa. Era spaventata a morte. Devi essere ragionevole, cuore mio, le dissi. Non lo fu. Non promise, non supplicò. Mi fissava coi suoi occhi chiari brillanti, e taceva. Decisi di tener duro. Un padre non deve mostrare esitazioni, né esibire dubbi. Deve mostrarsi risoluto. Essere risoluto. Mi disinteressai di lei. Agganciai la lanterna al chiodo. Tornai davanti al mio telero.
Ero di nuovo alle prese con san Marco in volo. Dopo tredici anni di polemiche e litigi, i confratelli della Scuola si erano finalmente decisi ad assegnarmi il seguito delle storie dell´evangelista. Il soggetto che m´avevano spiegato era semplice: san Marco appariva nel mezzo di una tempesta, in mare aperto, durante un naufragio, e salvava miracolosamente un saraceno. C´erano acque ribollenti, rottami, corpi annegati e onde. La composizione che avevo immaginato era forte, e sarebbe piaciuta al presidente che me l´aveva commissionata e che l´avrebbe pagata di tasca sua. Ma sentivo uno squilibrio, un vuoto nella parte superiore sinistra. Mi frullava l´idea di riempirlo con una nuvola - ma non una nuvola qualunque: ci avrei raffigurato, appena riconoscibili, come un´illusione ottica, le sembianze di Dio. Non un Dio con la faccia da vecchio, da padre, da uomo - ma il Dio senza volto e senza corpo, il Dio del mistero, della trascendenza e della vendetta. Il Dio che decide i destini delle battaglie, degli stati, dei comandanti e dei marinai, dei principi e degli schiavi - di ognuno di noi.
L´intuizione era buona, ma non potevo più pensare a niente. Ero confuso, Signore. Non riuscivo a dimenticarmi di mia figlia. Siccome non riusciva più a tenersi in equilibrio, galleggiando nell´aria, Marietta si era lasciata cadere in avanti, e il sangue le stava andando alla testa. Il suo viso era scarlatto come il suo vestito. A un tratto, qualcosa mi cadde sulla mano. Era caldo come una goccia di cera. La mia bambina piangeva. Non mi chiese di liberarla.

La portai in cucina. Ci muovevamo come ombre, perché nessuno doveva sorprenderci. Feci salire Marietta su una seggiola. Le tolsi le forcine che tenevano i capelli sollevati dietro le orecchie. Due spesse trecce ricaddero sulle spalle. Cornelia diceva che sua figlia le assomigliava troppo per diventare davvero una bella donna, perché aveva il naso troppo lungo e gli occhi troppo grandi: la dote di Marietta erano i suoi capelli. Li aveva folti e ondulati. Ma non rosso fuoco come la madre, e nemmeno rosso ruggine come i miei: biondi, invece - come spighe di giugno. Né Cornelia né Faustina glieli avevano mai tagliati. Frugai nel cassetto e siccome in quella oscurità non trovai le forbici, presi il coltello del pane. Marietta capì. Non disse una parola. Le mozzai i capelli all´altezza delle orecchie.
Ti ho assunto, le dissi, da oggi sei il mio garzone. Ti insegnerò quello che so e in cambio mi aspetto che mi tieni in ordine la bottega, che mi pulisci i pennelli, che scrosti le tavolozze e fai bollire i residui di colore con l´olio, che spazzi il pavimento, mi temperi le penne e le matite, mi prepari l´inchiostro, mi porti i carboncini e i gessetti quando usciamo. Se ti pesco a frignare che il puzzo dei colori ti fa girare la testa, a lamentarti che sei stanca, o ti annoi, ti licenzio. Sono stato chiaro? Sì, Maestro, mi sorrise lei. Coi capelli tagliati rozzamente sembrava un pulcino. Mi si avvicinò e fece per darmi un bacio.
Le diedi uno schiaffo. Il mio garzone non mi bacia, dissi. Marietta rispose, svelta: peccato. Che hai fatto? gridò Faustina quando la vide così conciata, il mattino dopo. Marietta si era infilata un giubbetto attillato e un paio di calzoni di velluto cremisi, aderenti, con la conchiglia imbottita per proteggere il sesso dagli urti - o per evidenziarlo.
Erano abiti del mio Schila, poco più alto di lei. Faustina l´afferrò per un orecchio e le disse di andare subito a cambiarsi - svergognata che sei - e a mettersi un fazzoletto sopra quella zucca vuota. Le spiegai che non era stata un´idea della bambina: avevo deciso di prendere Marietta con me.
Ti si è rovesciato il cervello? rise la mia giovanissima moglie. Vuoi insegnare a dipingere a una femmina? Che se ne fa? è tempo perso. Quanto sei ingrato. Ti ho fatto subito un maschio! Aspetta qualche anno, e insegna a Dominico. L´oroscopo mi ha promesso che è un maschio anche il prossimo, aggiunse poi, afferrandomi la mano e strusciandosela sulla pancia. Il nostro secondo figlio era atteso a giorni. Uno almeno ti darà soddisfazione e continuerà il tuo nome. Ti sbagli, le risposi, da oggi il mio maschio è questo.

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