Annemarie Schwarzenbach - Biografia
Annemarie era la terza figlia di Alfred Schwarzenbach, proprietario di un impero tessile nel settore dei filati di seta, e di Renée Wille, figlia di una von Bismarck e del capo supremo dell"esercito svizzero. Nacque il 23 maggio 1908. Trascorse l"infanzia e l"adolescenza nella proprietà di famiglia, sul lago di Zurigo. Dopo studi privati e in un collegio femminile si laureò a soli ventitré anni in Storia. Intanto, lasciata la famiglia per stabilirsi a Berlino, si era introdotta nell"ambiente letterario e, soprattutto, nella famiglia Mann. Erika e Klaus, i figli maggiori di Thomas Mann, il celebre scrittore insignito nel 1929 del Premio Nobel, erano circondati da un"aura di scandalo e trasgressione. Per molti anni Annemarie rimase legata a Erika e Klaus da un rapporto di "amorosa dipendenza".
Nel 1931 Annemarie pubblicò, a sue spese, il romanzo d"esordio Freunde um Bernhard, che suscitò commenti benevoli. La madre Renée, invece, ritenne l"attività letteraria della figlia un vero tradimento, lesivo del prestigio familiare. Il loro strettissimo rapporto cominciò a deteriorarsi. Nell"autunno del 1932 i Mann iniziarono Annemarie al consumo di morfina. Quando Hitler si installò al Cancellierato e il nazismo divenne regime, i Mann lasciarono la Germania, scegliendo l"esilio. Annemarie li seguì. Decise di dedicarsi al giornalismo. Dopo un reportage in Spagna con la fotografa Marianne Breslauer, nell"autunno del 1933 partì per un viaggio di sette mesi in Asia (Turchia, Siria, Libano, Palestina, Iraq e Persia).
Nel 1934 accompagnò Klaus Mann a Mosca, al Congresso degli Scrittori sovietici. Poi tornò in Persia per lavorare come assistente in un campo archeologico. Durante la sua assenza la famiglia Schwarzenbach e la famiglia Mann giunsero a una rottura insanabile. Gelosie, passioni, vendette private e vendette politiche si sovrapposero. Quando Annemarie tornò dalla Persia fu costretta a prendere posizione, e scelse i Mann. Ma al distacco della propria famiglia reagì con un abuso di morfina e un tentativo di suicidio.
Nella primavera del 1935 raggiunse a Teheran il giovane diplomatico francese Achille-Marie Clarac detto Claude e lo sposò. Il matrimonio fallì. Dopo una terribile crisi depressiva, in ottobre Annemarie si separò dal marito e tornò in Europa a disintossicarsi: l"ostilità della madre, lo sfaldarsi dei suoi rapporti con i Mann (Erika si stabilì negli Usa, Klaus le rinfacciò la tossicodipendenza), e l"instabilità esistenziale incrinarono il suo equilibrio psico-fisico. Nel 1938 lo psichiatra Ludwig Binswanger la marchiò come "schizofrenica".
Nel 1939, Annemarie approdò in Afghanistan dopo un epico viaggio attraverso l"Iran con la viaggiatrice Ella Maillart. A Kabul la colse la notizia dello scoppio della guerra mondiale.
I fratelli Mann erano negli Stati Uniti, e Annemarie li raggiunse nell"estate del 1940. Fece nuove conoscenze (fra cui la scrittrice Carson McCullers, che si innamorò invano di lei) e cercò di lavorare per i giornali americani. Intanto, in Svizzera, moriva suo padre: Annemarie non andò al funerale. Una notte cercò di strangolare la sua nuova amica Margot von Opel e tentò di suicidarsi. Fu internata in manicomio e poi autorizzata a uscirne solo a patto di abbandonare gli Stati Uniti. Annemarie non vide mai più i Mann.
Neanche in Europa, però, c"era più spazio per lei: la madre la costrinse a lasciare la Svizzera. Annemarie prese la via dell"Africa, dove sperava di raggiungere l"esercito di De Gaulle e collaborare con il governo della Francia Libera. Ma in Congo fu sospettata di essere una spia. Per sfuggire a un possibile arresto, partì per l"interno del paese, risalendo il fiume Congo e attraversando la foresta vergine fino alla regione dei Grandi Laghi. Nel corso di quel viaggio solitario e folle nella tenebra dell"Africa e di se stessa, si ritrovò o forse si perse definitivamente. Nel giugno del 1942 raggiunse il marito, console a Tetuán, con l"intenzione di divorziare. I due, però, decisero di provare a ricominciare daccapo. Annemarie si rifugiò in Engadina. Tutti i progetti furono stroncati dalla morte prematura e assurda avvenuta il 15 novembre 1942 - dopo un lungo periodo di segregazione trascorso in stato di incoscienza e mutismo - in seguito (sembra) a una caduta accidentale dalla bicicletta.
Per quarant"anni fu completamente dimenticata. In Svizzera è stata riscoperta nel 1987: la pubblicazione integrale delle sue opere (romanzi, racconti, articoli e reportage, prose liriche e autobiografiche) è ancora in corso.
Ritratti di Annemarie Schwarzenbach
"Il suo volto fresco era quello di un ragazzo. I suoi fluenti capelli biondo spento, tagliati corti, con la riga, potevano avere un luccichio chiarissimo, non dipendeva soltanto da come la luce cadeva su di loro: avevano la caratteristica che il loro colore poteva cambiare, ravvivarsi o spegnersi. La sua bocca era larga, infantile e grave, le labbra erano un po" ruvide e avevano la tendenza a screpolarsi, cosa che dava alla sua giovane bocca qualcosa di impacciato e inquietante. La parte più bella del suo viso era la fronte chiara, e la forma della nuca che, ampia e nobilmente sporgente, sembrava appartenere a un ragazzo ardito e ben fatto." Così, con licenze poetiche e qualche trasporto, Klaus Mann descrive romanzescamente Annemarie.
"Tutto in lei era straordinario, raro e nobile", scrisse un altro amico. "Un oggetto di cui aveva bisogno, un capo di abbigliamento che indossava: tutto ciò che veniva in contatto con lei riceveva la sua particolarità, diventava subito prezioso e desiderabile agli occhi degli altri.
Incontrarla da qualche parte recava piacere - un incontro, un discorso con lei era sempre una faccenda affascinante. Questo effetto quasi incomprensibile della sua personalità, che si verificava sempre, non solo fra i suoi amici, era tanto più sorprendente perché lei, nella figura, nei discorsi e nei gesti non aveva nulla di eccessivo, era sempre controllata, semplice e cauta. Aveva un carattere quasi infantile, nel quale si mescolavano timidezza e distacco, in un modo aggraziato che ricordava il comportamento di un lieve, prudente e superbo animale selvaggio votato solo alla libertà e alla fuga."
E lei? Si vede androgina, esigente, severa. Un angelo di Botticelli e un"aggressiva Giovanna d"Arco. "Dall"immagine non si capiva se fosse un ragazzo o una ragazza", si autoritrae. "I lineamenti dolci erano quasi senza contorni, solo la fronte circondata dai capelli biondi splendeva di una forma definita, le sopracciglia severamente aggrottate si inarcavano sopra begli occhi cupi. Facevano uno strano effetto, se li si guardava a lungo: ci si sentiva interrogati in modo ammonitorio, si sorrideva un po", forzatamente, per strappar loro una risposta amichevole, e si restava confusi da tanta caparbia insistenza". Nelle numerose fotografie che le scattano amici, parenti o sconosciuti, in posa o a sua insaputa, nel corso di tutta la sua vita - dalla nascita alla morte e, forse, oltre - Annemarie, ora ragazzina-maschio, ora marinaio, ora giovane donna in fiore in abito da sera, ora dandy in cravatta, le labbra dipinte col rossetto, ora sposa-ragazzo, magrissima nei calzoni sformati, ora donna segnata, appare sempre inquieta e sfuggente, di rado col sorriso sulle labbra. In tutte le fotografie, per volontà del fotografo o sua, appare irraggiungibile, misteriosa, come un angelo senza sesso, serio e terribile.
Dal romanzo di Melania G. Mazzucco, Lei così amata
Scritti di Annemarie Schwarzenbach
- Freunde um Bernhard, pubblicato a spese dell'autrice nel 1931 da Amalthea, Zurigo-Lipsia-Vienna; poi Basilea, Lenos Verlag, 1993 (romanzo)
- Lyrische Novelle, Amburgo, Rowohlt, 1933; poi Basilea, Lenos Verlag, 1988; tr. francese Nouvelle lyrique, Paris, Editions Verdier, 1994 (romanzo)
- Winter in Vorderasien, Vienna, Rascher, 1934 (diario di viaggio)
- Bei diesem Regen, Basilea, Lenos Verlag, 1989; tr. francese Orient exils, Paris, Editions Autrement, 1994 (racconti)
- Auf der Schattenseite, Basilea, Lenos Verlag, 1990 (raccolta di articoli e fotografie, 1933-1942)
- Jenseits von New York, Basilea, Lenos Verlag, 1992 (raccolta di articoli e fotografie realizzati negli Usa, 1936-1938)
- Lorenz Saladin. Ein Leben für die Berge, Berna-Stoccarda, Hallwag Verlag, 1938 (biografia)
- Das glückliche Tal, Zurigo, Morgarten, 1939; poi Frauenfeld, Huber Verlag, 1987; tr. francese La vallée heureuse, Lausanne, Editions de l'Aire, 1991; tr. italiana La valle felice, Ferrara, Tufani, 1998 (prosa lirica)
- Wir werden es schon zuwege bringen, das Leben, Centaurus, 1992 (raccolta delle lettere a Erika e Klaus Mann)
- Tod in Persien, Basilea, Lenos Verlag, 1995; tr. francese La mort en Perse, Paris, Payot & Rivages, 1997; tr. italiana Morte in Persia, Roma, E/O, 1998 (prosa autobiografica)
- Flucht nach oben, Basilea, Lenos Verlag, 1999 (romanzo)
Annemarie Schwarzenbach, L"emigrante.
Dalla raccolta di racconti "Bei diesem Regen", Basilea, LenosVerlag, 1989. Traduzione di Melania G. Mazzucco.
La prima cosa che riuscì a farci capire fu che era ebreo e che voleva andare in Palestina. Appena furono regolate le formalità alla frontiera turco-siriana, comparve sulla porta del nostro scompartimento e cominciò a parlarci a tutta velocità. Noi facevamo "no" con la testa. "Russki?" domandò. Poi, riflettendo: "Ebrei? Spagnoli?".
Con qualche brandello di francese e di spagnolo, poté instaurarsi una forma di comunicazione. Stavamo facendo colazione. Avevamo appoggiato sui tovaglioli del burro, del formaggio di pecora e qualche cracker alla crema. Gli proponemmo di mangiare qualcosa, ma lui, ringraziandoci, prese soltanto una delle sigarette di Kade e si mise subito ad aspirare lunghe boccate. Sembrava molto nervoso e faceva uno sforzo enorme per contenersi.
Non aveva sicuramente più di sedici anni e portava un vestito sportivo nuovo con i calzoni alla zuava e dei grossi stivali chiodati. Mentre ci parlava, teneva il berretto in mano. Il suo viso era scuro e molto largo. Un ciuffo di capelli ispidi e neri gli copriva la fronte. Aveva begli occhi, grandi e scuri, che brillavano di una luce viva.
Viaggiando in terza classe, temeva palesemente che arrivasse il controllore e lo facesse uscire. Quando Kade chiuse la porta e spinse il chiavistello, fu visibilmente sollevato e si sedette accanto a noi. Mise la mano in tasca e ne estrasse il passaporto, continuando a ripetere: "In Palestina". Quando Kade ed io prendemmo il suo passaporto per esaminarlo, tacque e si sforzava di capire cosa dicessimo.
Era un passaporto rumeno rilasciato in una città che non conoscevamo. Era provvisto di un visto di transito per la Turchia e di un altro per la Siria.
Gli domandammo: "Dove vuoi andare?"
- In Palestina.
- E per questo devi scendere dal treno in Siria?
- Voglio scendere ad Aleppo. Non mi hanno dato il visto per la Palestina, ma ne otterrò uno. Potrò certamente entrare in Palestina, se solo mi lasciano scendere in Siria.
Gli mostrammo il suo visto siriano. Un grande timbro blu "transito" sbarrava in diagonale tutta la pagina. Sopra, avevano aggiunto a mano: "Non autorizza a scendere in territorio siriano". Lo guardò e approvò con un segno della testa.
Gli dicemmo: "Devi continuare direttamente fino a Mossul".
Ci squadrò lentamente uno dopo l"altro. "Ma io devo andare in Palestina", disse.
- Come hai avuto questo visto?
Balbettava, parlava in fretta e si ripeteva. Non era facile seguirlo. Qualche volta, diceva la stessa parola in molte lingue.
Era il maggiore di cinque figli e aveva voluto lasciare la Romania perché erano poveri. Il suo obiettivo era di andare a lavorare in Palestina. Un amico gli aveva consigliato di dire che voleva andare in Persia. Così non avrebbe avuto nessuna difficoltà a ottenere i visti di transito per la Turchia, la Siria e l"Iraq.
Gli domandammo: "Come pensavi che sarebbe andata?".
- Non potevo ottenere il visto. Bisogna avere soldi, o andare da parenti che vivono in Palestina.
è per questo che non ho il visto.
- Allora perché non hai chiesto un visto per la Siria?
- Per la Siria?
- Per poter scendere.
Ci guardò scuotendo lentamente la testa. "Non hanno voluto darmelo."
Picchiarono con violenza alla nostra porta. Kade si alzò d"un balzo per aprire. Il ragazzo seguiva i suoi movimenti con un"espressione di timore che lo paralizzava.
"Non ti faranno niente", dissi.
Entrò il controllore per esaminare i nostri biglietti. Quando vide il giovane ebreo, ci disse in francese che quel "ragazzino" sarebbe stato costretto a scendere dal treno alla prossima stazione e
sarebbe stato riportato in Turchia dai gendarmi.
- Ma non ha fatto niente, disse Kade.
- Ci siamo abituati, disse l"impiegato. Casi come questo ci capitano tutti i giorni. è ebreo, vuole andare in Palestina.
Il ragazzo li guardava uno dopo l"altro con attenzione muta. Si capiva che sperava che le cose si sarebbero sistemate.
- Se non vuole fare dietrofront, disse l"impiegato, bisogna che transiti verso la Persia.
- Non ha nemmeno il visto di transito per l"Iraq.
- Lo otterrà senza problemi. Sono contenti quanto noi e i Turchi di poter rifilare questa plebaglia alla Persia.
Kade mi guardò con aria sconcertata. Silenzioso, il ragazzo non staccava gli occhi da noi.
- Lasciatelo scendere ad Aleppo, dissi io.
- Non se ne parla nemmeno.
- Lasciategli questa possibilità! Andrà dal console di Romania, e gli daranno i soldi per tornare a casa.
- Non ne ho il diritto, disse l"impiegato.
- Va bene. Glielo diremo.
Se ne andò. Il ragazzo abbassò gli occhi.
-Ascolta, gli dissi, non ti faranno scendere, oppure ti faranno riportare indietro dalla polizia. Fino a Istanbul.
Ebbe un soprassalto, costernato.
- No, per favore, disse con una voce che la paura rendeva roca. Soprattutto, non tornare indietro. Aiutatemi a scendere ad Aleppo. Andrò in un porto, m"imbarcherò, non importa cosa...
Si ingarbugliò e continuò in rumeno senza che noi potessimo capire. Poi tacque bruscamente.
Gli dicemmo: "Non è possibile".
Il controllore tornò con un ufficiale. Reclamarono il passaporto del ragazzo. "Ebreo", disse l"ufficiale.
Cominciammo a spiegare che si trattava di un errore: "Ha i visti di transito per la Persia, ma non vuole andare in Persia".
- Questo non gli servirà a molto, disse l"ufficiale. D"altronde, perché intervenite in suo favore? Questi giudei sono tutti delle canaglie. Ci danno già abbastanza filo da torcere.
- Ma sapete che non può andare in Persia, dissi. Per avere il diritto di entrare bisogna provare che si hanno soldi. E lui con sé ha solo due lire.
- Questo non ci riguarda.
- Gli danno un visto di transito per l"Iraq, ma non ha il diritto di scendere - e non lo fanno entrare in Persia perché non ha soldi, dissi.
L"ufficiale non batté ciglio. "Allora i Persiani lo riporteranno alla frontiera", disse.
- Ma è assurdo!
Kade mi prese il braccio. "Lascia perdere, non serve a niente".
- Su, disse l"ufficiale, questo ragazzo deve tornare nel suo scompartimento.
Era sempre seduto, le mani sulle ginocchia.
Gli dicemmo: "Non è possibile".
- Che mi faranno? domandò senza muoversi.
- Ti costringeranno ad andare fino alla frontiera persiana, com"è scritto sul passaporto.
- La Persia, disse, è molto lontano...
Non voleva affatto andare in Persia. Era solo un modo per cercare di cavarsela.
- E da là, è possibile che ti respingano." Non sapevamo cosa consigliargli. Gli abbiamo dato sigarette e un po" di soldi. Quando cercammo di rendergli il passaporto, l"ufficiale ce lo strappò dalle mani. Il ragazzo si alzò e raccattò il berretto che aveva appoggiato accanto a sé sul sedile. Ci lanciò ancora uno sguardo interrogativo, senza salutarci, e seguì i due uomini nel corridoio.
Faceva notte quando arrivammo alla stazione in cui il treno si sdoppiava - alcuni vagoni proseguivano per Bagdad, altri per Aleppo.
Kade ed io scendemmo.
Volevamo andare a vedere cosa succedeva al giovane ebreo.
Costeggiando il marciapiede fra i due treni, vedemmo scendere i viaggiatori e gli hamals correre di qua e di là con i bagagli. Poi lo scorgemmo: un impiegato lo portava dall"altra parte del binario, come un prigioniero. Il ragazzo aveva il berretto in testa e un pacco sotto braccio. L"impiegato lo fece salire in uno dei vecchi vagoni di terza classe che portava l"insegna "Baghdat" e chiuse la porta dietro di lui. Poi andò verso la testa del treno, alla vettura cuccette che era piena di ufficiali. Un giovane ufficiale era affacciato al finestrino. L"impiegato lo salutò e gli porse il passaporto del giovane rumeno.
- Deve transitare per la Persia, gridò.
Il viso rischiarato, l"ufficiale fece un segno con la testa e mise il passaporto in tasca.
I vagoni di terza classe non erano illuminati.
Scrutammo attraverso i finestrini bui - uno dopo l"altro - ma non riuscimmo a vedere il ragazzo.
L'emigrante è stato scritto da Annemarie Schwarzenbach nell"estate del 1934. Fu ispirato da un episodio accaduto nell"autunno del 1933 sul treno che, portandola in Oriente, avrebbe dovuto permetterle di lasciarsi alle spalle le "tenebre" d"Europa. Ve ne è traccia anche nel diario di viaggio Inverno in Asia Minore, pubblicato nell"autunno del 1934 da un editore di Zurigo. Annemarie inserì il racconto in una raccolta di novelle orientali cui aveva dato il titolo La gabbia dei falconi. La propose a numerose case editrici. Tutti espressero pareri lusinghieri sui racconti, ma non li pubblicarono. Nel 1936 la casa editrice viennese Herbert Reichner parve interessata alla raccolta. A una condizione. Alcune "modifiche" da apportare al testo, "non abbastanza impolitico". "Potrebbe urtare soprattutto un raccontino che si svolge in Palestina e riguarda il problema degli Ebrei", scrisse Klaus Mann a Stefan Zweig: entrambi si erano dati da fare per favorire la pubblicazione de La gabbia dei falconi. "In quello, e soltanto in quello, l"autrice sarebbe pronta a fare qualche modifica". Si tratta probabilmente di questo racconto. Comunque, la trattativa si arenò e durante la vita di Annemarie la raccolta non venne mai pubblicata. "L"emigrante" è apparso per la prima volta nel 1989 nella raccolta Bei diesem Regen, curata da Roger Perret per la casa editrice Lenos di Basilea.
Annemarie Schwarzenbach, Mobilitazione a Kabul
Reportage scritto nell"ottobre del 1939 e pubblicato il 1° dicembre sul settimanale svizzero "Weltwoche". Traduzione di Melania G. Mazzucco.
Charlotte e Robert, i miei amici, non lo sanno, ma la busta che gli affido racconta la loro stessa storia. Questi fogli li accompagneranno nel lungo viaggio, probabilmente in una tasca esterna dello zaino di Robert, in camion attraverso il Khyber Pass fino a Peschawar, cinque giorni sulla ferrovia indiana fino a Colombo, dodici o tredici giorni su un piroscafo francese attraverso l"Oceano Indiano e lo Stretto di Suez e lungo le coste del Mediterraneo fino a Marsiglia - e là, finalmente, i miei amici si libereranno del loro incarico e potranno imbucare la mia busta. E' giusto così. Una volta arrivati a Marsiglia avranno altro a cui pensare, entrambi: e ciò che oggi, a Kabul, sembra ancora importante, laggiù sembrerà un pallido sogno o un ricordo un po' malinconico - che diventerà vivido solo di rado - di un'altra esistenza in un altro mondo. Perché Robert è stato richiamato, e oltre la mia busta ha in tasca il suo ordine di destinazione, e sa già che verrà mandato subito sul fronte occidentale.
Dopo un anno e mezzo trascorso su strade straniere, il ritorno in patria lo avevano immaginato in modo diverso. Charlotte e Robert, due sposi ragazzi, che si assomigliavano come due teneri e biondi fratelli - Charlotte e Robert, coi loro zaini pesanti, la tenda, la Leika, le biciclette blu cielo alquanto strapazzate - avevano percorso chissà quante migliaia di chilometri: da Parigi attraverso i dolci paesaggi della Francia, le fertili pianure italiane, i freschi boschi e i pascoli alpini del Brennero, attraverso l'amena Austria, con le sue piccole città rannicchiate nelle belle valli, le sue chiese barocche e il duomo di Santo Stefano, attraverso la puszta ungherese e le colline della Jugoslavia e i campi di rose bulgari, attraverso tutta l'Asia Minore e di là dalla colossale barriera dei monti del Tauro giù nella amichevole Siria - e questo era solo l'inizio, la prima e più facile tappa. Perché poi lasciarono il Mediterraneo, che per noi europei è sempre ancora patria, coi suoi castelli dei cavalieri crociati, le colline ricoperte di vigne e le colonne greche. Charlotte e Robert attraversarono con le loro biciclette il deserto siriano, ottocento chilometri senz'ombra - e, al di là delle alte e fredde creste delle montagne, arrivarono in Persia. Là, nell'estremo Nordest, nella città sacra di Maschad, alla fine di strade infinite e infiniti tratti di deserto, li incontrai per la prima volta. Abitavano da uno svizzero, erano magri e abbronzati, e visitammo insieme la tomba dell'Imam Reza, coperta da una volta a cupola di puro oro, i cortili di turchesi e lapislazzuli e le porte d'argento. Poi ci separammo, e ciò che fino a quel momento mi era sembrata un'avventura faticosa e pesante - il viaggio in Ford attraverso il quasi sconosciuto paesaggio dell'Afghanistan, su mulattiere e piste perse nel deserto - mi sembrava più facile, da quando sapevo che da qualche parte sulle mie tracce c'erano Charlotte e Robert.
Qualche volta dipingevo per loro un saluto sulla porta di un caravanserraglio o vicino a una cisterna, nei locali freschi coi soffitti a volta dove sicuramente si sarebbero fermati. Oppure lasciavo, all'Hotel di Herat, un pacchetto di Nescafè per loro. E alla fine, dopo due lunghi mesi, già alla fine dell'estate, ci incontrammo di nuovo a Kabul.
La Ford, a riposo già da quattro settimane, accudita, oliata e lavata, riposava all'ombra del grande giardino in cui abitavo. Charlotte e Robert appoggiarono le loro antiquate biciclette sul predellino dell'auto. All'inizio ci abbracciammo, e parlammo - come se per la prima volta, dopo due mesi, ci si fosse sciolta la lingua. Poi caricammo gli zaini e la tenda nella mia macchina e andammo da alcuni amici, dove i due volevano fermarsi provvisoriamente. C'erano tè, uova e pane tostato e subito dopo una cena abbondante, e Robert non riusciva a saziarsi, e Charlotte fece il bagno, e ci vestimmo entrambe con camicie da uomo e calzoni kaki e calzini e sandali afghani - e i loro vecchi vestiti, che erano a brandelli, vennero consegnati ai domestici e bruciati. E dopo molte ore mangiammo di nuovo, e parlammo, e ciò che Charlotte e Robert avevano compiuto - l'attraversamento delle montagne dell'Hazarashah in bicicletta - era una fatica mostruosa e costituiva un vero record, e così organizzammo una festa, e la luna scintillava sui silenziosi giardini di Kabul.
Era, credo, il quattordici settembre. E alla fine fu abbastanza, e parlammo della guerra. Guerra da quattordici giorni, ma Charlotte e Robert, là tra i nomadi dell'Hazarashah, non ne avevano saputo niente. Avevano, a volte, fatto progetti per il futuro. La sera, mentre Charlotte preparava una specie di focaccia d'acqua e farina - tra quei poveri contadini di quella regione povera e desolata non c'erano nemmeno il pane e il sale - lei e Robert avevano parlato di come avrebbero trascorso l'inverno, a Kabul o in India o in Indocina, e di come avrebbero guadagnato un po' di soldi per poi, in primavera, poter proseguire il viaggio. E Robert, giovane alpinista di valore e autentica passione, aveva anche un'altra, speciale speranza, di cui parlava di rado perché la possibilità di una così grande felicità lo rendeva superstizioso: i suoi compagni in Francia preparavano proprio per quella primavera del 1940 una spedizione in Himalaya. Robert faceva parte del gruppo scelto di partecipanti, e doveva ricongiungersi a loro nel Kashmir. A Maschad aveva chiesto notizie del successo dei Cecoslovacchi e degli Svizzeri Fritz Steuri, David Zogg, André Roch. La parola Kashmir bastava da sola a risvegliare sogni; davanti a noi vedevamo laghi di montagna d'un verde profondo, pecore selvatiche su scivolosi declivi, lo scintillio del cielo e del ghiacciaio. Già progettavamo di accompagnare Robert nel paese delle meraviglie, che poteva essere affine alle immagini della nostra patria, e piantare da qualche parte il campo base su un pascolo alpino. Avevamo sacchi a pelo, due tende, scarpe chiodate, avremmo vissuto di porridge e cumino e tè verde. Perché in questo senso, e solo in questo, eravamo avventurieri: eravamo liberi, la libertà della nostra decisione era il nostro unico programma, e avevamo tempo. Denaro? Ho imparato da Robert e Charlotte che il denaro alleggerisce soltanto la condizione della libertà, ma non la assicura. Dimenticare il tempo è il primo passo per dimenticare l'Europa - questa Europa, la cui perfetta civiltà (fornita di tutti i mezzi di una tecnica che rasenta il miracolo) ha reso gli uomini ancora più poveri - apprendisti stregoni. Perché nelle fabbriche dove si costruiscono aeroplani e automobili che possono raggiungere cinquecento e duecento chilometri l'ora, grazie al sistema escogitato da un certo signor Bedaux, si calcola il rendimento di lavoro di un salariato in frazioni di secondo. L'uomo, i cui gesti devono il più possibile accompagnare il movimento di una macchina, riesce così perfettamente, completamente, a eliminare tutto ciò che lo distingue dalla macchina e lo rende uomo. Questo strano tipo di perfezione gli permette di guadagnare un premio e il signor Bedaux, grazie al suo sistema, è diventato milionario. Il suo nome è odiato fra i lavoratori d'America - ingiustamente. Perché il suo "sistema", che serve ad aumentare il rendimento di lavoro e a diminuire i costi di produzione, è soltanto un perfetto simbolo del sistema da cui noi tutti, nel nostro mondo civilizzato, ci lasciamo dirigere e governare. Un modo per cambiare questo sistema fatale non è stato fino a oggi ancora trovato; ne siamo tragicamente dipendenti. Fa parte di questo stesso ciclo, se i pacifisti condannano soltanto la guerra, ma non possono impedirla. In un unico paese dell'Asia il nome del signor Bedaux è sconosciuto - il suo nome e quello del sistema che egli voleva portare alla perfezione. Per questo, alla fin fine, siamo partiti - per così dire, per dimenticare la paura. Charlotte, Robert e io eravamo d'accordo su questo. In viaggio con le nostre biciclette o con la Ford, non cercavamo l'avventura, ma soltanto un intervallo del respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora e dove speravamo di fare l'incomparabile esperienza che queste leggi non sono tragiche, assolutamente necessarie, indispensabili, ineluttabili. Almeno lo immaginavamo giustamente: il tempo non valeva niente! Le ore, il calendario, erano superflui! E avevamo subito trovato persone, contadini, nomadi, per i quali il denaro non significava niente. Lassù, raccontava Charlotte, nell'Hazarashah, anche col denaro non c'è pane da comprare. E dall'altra parte, nel lontano Turkestan - ricordavo io - regnava abbondanza di pane e frutta, e i più poveri ci portavano in regalo i loro meloni. I più poveri sostavano a margine della strada e ci aiutavano a spingere la grigia Ford su dune di sabbia o una ripida erta. E quando la macchina era salva e si metteva di nuovo in moto, esultavano, facevano un cenno e tornavano ai loro campi.
Avevamo scoperto il Paradiso?
Ci sembrava, e lo sapevamo anche, che la cacciata dal Paradiso non si sarebbe fatta attendere, perché già in Afghanistan si progettava la costruzione di strade e ponti, fabbriche, dighe, ospedali, alloggi per i lavoratori. Si progettava di rendere i nomadi stanziali. Si progettava di fare del povero Afghanistan uno stato moderno. Ma era ancora neutrale, indipendente, un paese di montagna tra potenti vicini - al Nord la Russia dei Soviet, a Sud l'India britannica. E noi eravamo stati così lontani, così fuori dal mondo - dal nostro mondo, che non è più pensabile senza giornali e radio, uffici di posta e telegrafo, rintocchi delle ore, sirene di fabbriche, conto dei giorni, cassa malattia, prestiti. La guerra, scoppiata all'improvviso nel nostro paese al di là del mare e delle montagne, al di là del tempo e dello spazio della nostre vite attuali, si abbatté su di noi come una mazzata. Guerra da quattordici giorni - così veniva martellata la nostra coscienza - e Robert, obbligato al servizio militare, aveva vissuto quattordici giorni inconsapevole e innocente, nelle valli e sui passi dell'Hindukush, sotto il sole violento e il grande cielo notturno dell'Asia. Io avevo fatto un'esperienza simile: mi ero disabituata a contare i giorni o a calcolare ogni giorno quanti chilometri avevo percorso. Il contachilometri della mia macchina si era rotto subito, tra Herat e il confine afghano, e si era dimostrato superfluo.
In verità, questa strana condizione di innocenza non era sempre stata comoda - non si può scambiare il Paradiso con il paese della cuccagna: c'erano notti spietatamente calde, mancanza d'acqua, vane battaglie contro le pulci, dune e tempeste di sabbia e altre piaghe egizie. C'erano ore di sconfortante solitudine, si restava soli con la propria nostalgia e un futuro incerto, gli alberi non crescevano sempre nel cielo, né l'uva nella bocca. Qualche volta le abitudini dell'antico Ego si risvegliavano, si diventava "nervosi", si voleva avere una mèta e poterle dare un nome, si voleva un tavolo all'ombra, una macchina da scrivere funzionante, libera dalla polvere, e mettere in chiaro un articolo, una lettera su carta, i pensieri: a casa non ci avevano dimenticato da tempo? Come sarebbe stato, un giorno lontano, il ritorno? Sì, si voleva arrivare - e allora, quando alla fine apparvero dalla desolazione le alte cime blu dell'Hindukush e bisognava ancora superare questa gigantesca barriera tra Nord e Sud per poter raggiungere la capitale dell'Afghanistan e là, a Kabul, trovare la posta, notizie da tutto il mondo, ma anche vasche da bagno, letti soffici, una tavola apparecchiata - allora all'improvviso esitai. La strada divenne migliore, le carte offrivano informazioni precise, si sarebbero potute percorrere tappe quotidane molto più lunghe. Allora mi lasciai trattenere da quei campi di nomadi e da quelle belle valli, e ancora una volta feci largo uso della libertà. Il presentimento si rivelò giusto: entrai a Kabul per apprendere del patto russo-tedesco, i giorni del Paradiso non avrebbero potuto avere una fine più radicale...
Robert si presentò alla sua legazione col libretto di servizio. Lo informarono che era stato richiamato e che doveva aspettare sul posto di sapere quando e per quale strada sarebbe stato trasportato in Francia e poi - immediatamente - sul fronte occidentale. Abituato da un anno e mezzo a fare ogni passo al fianco di Charlotte nonché per sua libera decisione e facoltà - ma anche sotto la sua propria responsabilità - Robert veniva adesso interdetto, così come nella nostra società accade soltanto con i criminali e con i malati. Ma non era la mancanza di libertà che durante la notte tormentava quel ragazzo dolce e allegro - bens" un dubbio, un amaro e profondissimo dubbio: se il sacrificio, richiesto a lui e ai suoi simili da un governo da noi riconosciuto come potere legittimo, si giustificasse in qualche modo davanti al futuro dell'umanità e si lasciasse conciliare con la dignità, la decenza e la speranza del genere umano. Questo futuro, a cui partecipare, per cui impegnarsi, era l'unico scopo degno di nota della nostra esistenza. Questa dignità, questa decenza doveva essere il comportamento comune a noi tutti. Questa speranza corrispondeva al nostro diritto alla vita, e per essa non trovavamo - nei nostri discorsi - nessun sostituto. Adesso, invece, uno di noi, come migliaia e migliaia di altri, avrebbe distribuito bombe, granate o pallottole di fucile - una morte forse insensata e inutile. Una volta, ai nostri discorsi prese parte un giovane tedesco che, mobilitato e in procinto di tornare in patria attraverso il Turkestan e la Russia, era venuto a congedarsi da noi. La conversazione cadde, Robert e il suo futuro nemico si strinsero la mano. E se fossimo stati abbastanza lucidi per riuscire a prevedere il complicato corso degli eventi? E se fossimo giunti alla conclusione che questa morte - evocata sulla gioventù dei nostri paesi - non fosse soltanto discutibile ma inutile, buona neppure a risvegliare la coscienza dell'Europa dalla vertigine che durava da lungo tempo? E se di nuovo finisse con una falsa pace? Se il soddisfatto desiderio di pace dei popoli portasse ancora una volta a concludere che il passato è passato e i poveri morti - onorati con i monumenti ai caduti - in realtà venissero dimenticati? Non eravamo abbastanza lucidi per giungere a una tale conclusione. Ed era giusto così. Il nostro convinto "no" non avrebbe fatto di Robert un disertore, non avrebbe protetto Charlotte dal terribile dispiacere di doverlo abbandonare e di sapere minacciata la sua vita semplice, condotta con saggezza, fantasia e un raro coraggio.
Restammo ancora quattro settimane insieme a Kabul. Avevamo già piccole, quotidiane abitudini: lavoravamo un po', chini sui nostri diari di viaggio, il pomeriggio riposavamo nei giardini al tiepido sole d'autunno e la sera sui tappeti, organizzavamo concerti col grammofono, un'opera di Mozart, una suite di Bach, facevamo gite dai vasai di Istalif, coglievamo l'uva. Venne il parrucchiere col turbante per tagliare i capelli a Charlotte e a me, il sarto di sua Maestà per fare a Robert un abito da civile su misura. Poi una mattina Robert venne chiamato alla sua legazione, due giorni dopo Robert e Charlotte partirono, stretti sul sedile del conducente accanto all'autista afghano di un camion sferragliante, che attraverso il Khyber Pass portava la posta a Peschawar.
In realtà, né a lui né a lei ho dato questi fogli. Ho avuto bisogno di tempo, per scrivere la loro storia di queste settimane trascorse - e la mia. E adesso impacchetto anch'io le mie cose, per lasciare Kabul. Questa parentesi è irrevocabilmente chiusa.
Mobilitazione a Kabul, scritto nell'ottobre del 1939, apparve nel settimanale svizzero "Weltwoche" il 1° dicembre 1939. I due sposi ciclisti Charlotte e Robert si chiamavano in realtà Nicole e Raymond Leininger. Non è dato sapere cosa sia stato di loro, e se Raymond-Robert sopravvisse alla guerra. Annemarie Schwarzenbach era partita dall'Europa all'inizio di giugno, con la nota viaggiatrice ginevrina Ella Maillart. Portava con sé una Ford targata GR 2111, apparecchi fotografici, una cinepresa, la macchina da scrivere, una cassetta-farmacia, una tenda, un fornello a benzina, il sacco a pelo, libri di filosofia e di architettura, il sogno di trovare un'umanità incontaminata e la speranza di fermare il tempo, dimenticare l'Europa e il proprio passato e concedersi un futuro diverso. Attraversò la Turchia e l'Iran per giungere, alla fine di luglio, in Afghanistan. Da lì, prese la via impervia - mai percorsa da due donne e mai in automobile - del Turkestan e delle montagne dell'Hindukush, prima di giungere nella capitale. A Kabul, come racconta l'articolo e come l'autrice presagiva perfettamente mentre vagava nel deserto e tra le montagne, l'aspettavano le temute "notizie dell'Europa". Benché nell'articolo alluda alla sua partenza, Annemarie esitò ad abbandonare quello che, per poche settimane, aveva rappresentato per lei il Paradiso, e rimase in Asia fino all'inizio di gennaio. Trascorse qualche settimana all'ospedale (vittima di ogni genere di malattia e della sua tossicodipendenza), poi in un campo archeologico; quindi scelse, proprio come Raymond-Robert e sua moglie - amaramente e consapevolmente - di tornare anche lei "sul campo di battaglia". Accettò il "sacrificio". Mentre Ella Maillart si ritirava in meditazione in India, rifiutando ogni rapporto con l'aborrita civiltà occidentale, Annemarie riprese la Ford, da sola valicò il Khyber Pass, scese in India e a Bombay s'imbarcò per l'Europa. Dopo poche settimane, prese la via degli Stati Uniti - che doveva condurla, attraverso esperienze sempre più violente, di manicomio in manicomio, di persecuzione in persecuzione, fino alla foresta vergine dell'Africa nera e a una morte improvvisa. Fu questo il sacrificio totale e forse inutile che si pretese da lei. Durante il "periodo afghano" Annemarie scrisse alcuni fra i suoi più tormentati articoli, apparsi poi su riviste e quotidiani svizzeri, e un diario (attualmente disperso e forse definitivamente perduto). Prima della partenza, aveva firmato un lauto contratto con l'editore Morgarten, e aveva già ricevuto un congruo anticipo, impegnandosi a consegnare al suo ritorno un libro di viaggio. Ma quel libro, per le successive tragiche vicende del mondo e della sua vita, Annemarie non lo consegnò mai e forse neppure lo scrisse. Nel corso del viaggio scattò invece numerose fotografie e girò, in collaborazione con la sua compagna, un film-documentario, di cui avrebbe voluto curare montaggio ed edizione, e che oggi è intitolato Nomadi afghani. Vi compaiono paesaggi e figure descritte anche negli articoli, poveri contadini, villaggi di montagna, accampamenti nomadi, donne con le vesti nere di fuliggine - perfino il sacrificio di un simbolico agnello e l'esitazione davanti al futuro. Del grande viaggio nell'altrove del mondo, che doveva segnare l'inizio della sua nuova vita e segnò invece l'inizio della sua fine, restano queste poche pagine e quaranta minuti di fotogrammi in bianco e nero.