Minturno va allo strega
Carte d´identità dei nonni, foto ingiallite, vecchie ricette.
Il romanzo di Melania Mazzucco finalista al premio letterario più importante d´Italia galvanizza un paese del Lazio. Che ritrova la sua memoria. E ogni abitante diventa protagonista.
di Mariagrazia Ligato
Tratto da Io donna del 28 giugno 2003
Antonio ha portato la carta d´identità del nonno, con l´intestazione del regno d´Italia. Quell´uomo nato alla fine dell´Ottocento e partito in cerca di fortuna trovò nel documento il lasciapassare per il nuovo mondo. "Si chiamava come me" dice. E lo indica in una foto scattata in fabbrica, a South Norwalak, attorniato dai nuovi colleghi americani e poi, orgoglioso, in posa tra la moglie e le sorelle, signorine anni Quaranta con il vestito a vita di vespa e la bigiotteria abbondante, segno di una nuova posizione sociale. Altri regalano il frammento di una storia. Un ricordo sfocato di parenti lontani, che agli albori del secolo scorso hanno tentato la drammatica ed esaltante avventura dell´America, passeggeri di navi poco diverse da quelle sulle quali, oggi, un ministro della Repubblica vorrebbe puntare i cannoni della Marina. Siamo a Minturno, paesino del basso Lazio impegnato in una straordinaria ricerca della memoria: i tremila abitanti sono in fermento, ripercorrono a ritroso stagioni lontane. Galvanizzati da un libro, Vita di Melania Mazzucco, candidata al premio Strega. Un romanzo che con la forza del passaparola ha acceso la scintilla dell´identificazione non con lettori isolati, ma con un intero paese. La Mazzucco, romana, ma di lontane origini minturnesi, racconta una storia di emigrazione e memoria, una ricerca delle radici familiari, attraverso la ricostruzione dell´amore tra suo nonno Diamante e Vita, appunto, la donna che dà il titolo al romanzo. Partiti da Tufo, frazione di Minturno, alla volta di New York nel 1903, tredici anni lui, nove lei, Vita e Diamante approdano nella squallida casa dello zio Agnello, ricovero di altri disperati braccianti che si barcamenano tra lavori massacranti e le minacce della Mano Nera, la mafia di inizio secolo. Il destino li separerà, Diamante tornerà in Italia e troverà la sua America a Roma. Vita, dai poteri magici, diventerà l´anima di un ristorante italiano oltreoceano. "Persone e nomi si agitavano nelle memorie di famiglia" racconta la scrittrice che ha messo assieme i ricordi di suo padre e di uno zio cieco, ha ritrovato documenti e indizi sui giornali dell´epoca, ha compulsato archivi a Brooklyn e liste passeggeri a Ellis Island. Ne è nato un romanzo di una bellezza straordinaria, di una scrittura densa e corposa, inusuale per le abitudini sincopate dei nostri autori. Una storia amara, ora buffa, ora dolente, un´avventura lunga cinquant´anni, che è anche l´affresco di un passato comune. E´ in questo baule dei ricordi che l´intera comunità di Minturno sta specchiando la sua memoria, e la gente del posto cerca nella storia il suono di persone e cose conosciute, il racconto di un paese che c´è stato e non c´è più.
I brani del libro sono letti e studiati come un baedecker, tutti cercano una sovrapposizione personale che da lettori li trasporti nel romanzo da protagonisti. In prima fila, il sindaco, Paolo Graziano. Del paese conosce tutto e tutti, anche le zolle, dice lui. Risale alberi genealogici, snocciola a memoria parentele, confronta i paesaggi del libro con la storia della sua famiglia e realtà attuale. "Ecco, questo è il ponte sul Garigliano che Diamante paragona a quello di Brooklyn". Costruito dai Borboni e da poco restaurato, il ponte è sospeso su quattro torrioni e sorretto da lunghe catenarie di ferro. Bellissimo, inutile dire che è un decimo di quello americano. La nostalgia allarga i ponti. "Vorrei portarci Melania, per farle vedere la prospettiva dei tre paesaggi, dal più antico al moderno: una bella sovrapposizione di epoche".
Antonio ha portato la carta d´identità del nonno, con l´intestazione del regno d´Italia. Quell´uomo nato alla fine dell´Ottocento e partito in cerca di fortuna trovò nel documento il lasciapassare per il nuovo mondo. "Si chiamava come me" dice. E lo indica in una foto scattata in fabbrica, a South Norwalak, attorniato dai nuovi colleghi americani e poi, orgoglioso, in posa tra la moglie e le sorelle, signorine anni Quaranta con il vestito a vita di vespa e la bigiotteria abbondante, segno di una nuova posizione sociale. Altri regalano il frammento di una storia. Un ricordo sfocato di parenti lontani, che agli albori del secolo scorso hanno tentato la drammatica ed esaltante avventura dell´America, passeggeri di navi poco diverse da quelle sulle quali, oggi, un ministro della Repubblica vorrebbe puntare i cannoni della Marina. Siamo a Minturno, paesino del basso Lazio impegnato in una straordinaria ricerca della memoria: i tremila abitanti sono in fermento, ripercorrono a ritroso stagioni lontane. Galvanizzati da un libro, Vita di Melania Mazzucco, candidata al premio Strega. Un romanzo che con la forza del passaparola ha acceso la scintilla dell´identificazione non con lettori isolati, ma con un intero paese. La Mazzucco, romana, ma di lontane origini minturnesi, racconta una storia di emigrazione e memoria, una ricerca delle radici familiari, attraverso la ricostruzione dell´amore tra suo nonno Diamante e Vita, appunto, la donna che dà il titolo al romanzo. Partiti da Tufo, frazione di Minturno, alla volta di New York nel 1903, tredici anni lui, nove lei, Vita e Diamante approdano nella squallida casa dello zio Agnello, ricovero di altri disperati braccianti che si barcamenano tra lavori massacranti e le minacce della Mano Nera, la mafia di inizio secolo. Il destino li separerà, Diamante tornerà in Italia e troverà la sua America a Roma. Vita, dai poteri magici, diventerà l´anima di un ristorante italiano oltreoceano. "Persone e nomi si agitavano nelle memorie di famiglia" racconta la scrittrice che ha messo assieme i ricordi di suo padre e di uno zio cieco, ha ritrovato documenti e indizi sui giornali dell´epoca, ha compulsato archivi a Brooklyn e liste passeggeri a Ellis Island. Ne è nato un romanzo di una bellezza straordinaria, di una scrittura densa e corposa, inusuale per le abitudini sincopate dei nostri autori. Una storia amara, ora buffa, ora dolente, un´avventura lunga cinquant´anni, che è anche l´affresco di un passato comune. E´ in questo baule dei ricordi che l´intera comunità di Minturno sta specchiando la sua memoria, e la gente del posto cerca nella storia il suono di persone e cose conosciute, il racconto di un paese che c´è stato e non c´è più.
I brani del libro sono letti e studiati come un baedecker, tutti cercano una sovrapposizione personale che da lettori li trasporti nel romanzo da protagonisti. In prima fila, il sindaco, Paolo Graziano. Del paese conosce tutto e tutti, anche le zolle, dice lui. Risale alberi genealogici, snocciola a memoria parentele, confronta i paesaggi del libro con la storia della sua famiglia e realtà attuale. "Ecco, questo è il ponte sul Garigliano che Diamante paragona a quello di Brooklyn". Costruito dai Borboni e da poco restaurato, il ponte è sospeso su quattro torrioni e sorretto da lunghe catenarie di ferro. Bellissimo, inutile dire che è un decimo di quello americano. La nostalgia allarga i ponti. "Vorrei portarci Melania, per farle vedere la prospettiva dei tre paesaggi, dal più antico al moderno: una bella sovrapposizione di epoche".
I dollari si cambiavano in piazza
Il 12 luglio infatti la scrittrice sarà a Minturno ("A concludere il cerchio di una storia lunga cento anni" dice lei) festeggiata con una sfilata di abiti d´epoca, canti, balli, l´attrice Laura Morante che legge brani del libro. La festa l´ha fortemente voluta e organizzata Enza Campino, libraia a Formia e instancabile animatrice culturale. In piazza, in prima fila, i discendenti dei protagonisti e anche gente estranea alla famiglia Mazzucco, ma che vuole schierare il suo ricordo. "Se ha voglia la porto a vedere la casa dei Mazzucco, quella da cui partè Diamante" dice Gemma Mazzucco, omonima grazie a una rete di parentele lontane. Indica una costruzione forse decrepita già da allora, all´ingresso di Tufo. "Era uno stanzone unico, con gli strumenti di lavoro accatastati". Memoria di un passato contadino distante appena un secolo. I vecchi del paese, coinvolti da figli e nipoti, ricordano la loro emigrazione, in uno scambio di parole che li riappacifica con un passato straccione, non sempre piacevole da ricordare.
Severino De Balzo, direttore delle poste nel dopoguerra, quando le rimesse degli italiani d´America contribuirono non poco alla nostra agonizzante economia, ha la sua da raccontare. "Ricordo quando arrivavano i dollari. Li ritiravamo con gli occhi lucidi di contentezza e commozione: quel denaro serviva a curare una malattia, a far studiare un figlio, a comprare lenzuola per la dote di una figlia. E andavamo a cambiarli da "Signore l´americano". Era un vecchio con un banchetto in via XXIV maggio e cambiava in lire secondo la quotazione corrente. Anche sulla parola, bastava portare la lettera di un parente che autorizzava l´anticipo". Gente lontana, integrata a fatica in una realtà spesso ostile, che versava l´obolo affettuoso alla patria remota, cullata dalle arie di Caruso e confortata dai sapori di una cucina il più possibile tradizionale. "Mia zia" racconta una giovane signora "raggiunse il marito negli anni Venti. Il suo compito era quello di cucinare, lavare e stirare per il marito e per i 'bordanti´, compaesani che stavano a pensione da loro. Lo stesso lavoro di Lena, la moglie americana di Agnello, altri due personaggi del libro". Minestre poverissime e tozzi di pane secco, solo nei giorni di festa la consolazione della pasta fatta in casa, pomodoro e basilico trovati chissà dove. E poi, finalmente, il riscatto, un´agiatezza che negli anni a venire avrebbe consentito ai figli, la seconda generazione, di integrarsi a pieno titolo, di scalare le posizioni della middle class americana. Una vittoria gloriosa da certificare in patria con gli opulenti pacchi dono che viaggiavano all´incontrario. "Guardate questa fotografia" dice la signora Gemma. Bianco e nero sbiadito, lontani anni Cinquanta, una "Scuola Singer", un´aula in cui le ragazze imparavano a cucire a macchina. In prima fila, sedute, cinque bambine con vestiti lindi. Dietro, in piedi, le compagne con l´abito tradizionale, il vestito da 'pacchiana´, gonna nera di panno e corpetto ricamato. Ma non è una festa in costume, c´è una spiegazione. "Mia madre diceva che le bambine ancora vestite da pacchiana non avevano ricevuto il 'pacco dall´America´. E quindi non potevano togliere l´abito tradizionale perché non avevano altro da indossare".
Cartoline di rame dagli zii D´America
I ricordi si affastellano, si sovrappongono. Raggiungono l´epoca del fascismo, della guerra, un pensiero a quei minturnesi che hanno fatto figli americani e li hanno spediti a combattere per l´Italia, nei luoghi da cui i padri sono partiti, 'Zia´ Lucia (qui 'zia´ è un titolo, più che una parentela) ha scovato tra i documenti di suo padre una cartolina di rame, spedita nel 1936. Una delle migliaia che arrivarono dall´America grazie a una sottoscrizione tra gli emigranti: la patria pagava il prezzo delle sanzioni e loro aiutavano cosè, regalando sotto forma di cartolina più di duecento tonnellate di prezioso metallo. E a Geppino Fusco, medico condotto per più di trent´anni, brillano gli occhi quando racconta, sollecitato da un brano del libro, di quando capitanava le sassaiole ai danni dei minturnesi che attraversavano Tufo trascinando i piedi per provocare. "Al grido 'Polvere´ si scatenava la battaglia, li facevano neri". Stesso entusiasmo all´ufficio anagrafe, dove tre impiegati, tre folletti del passato, custodiscono registri che risalgono al 1808. "Si sono salvati anche grazie a mio nonno che lavorava qui prima della guerra" dice Maria Teresa Colaccio, "Quando fu sfollato a Modena si portò dietro i registri e li riportò a guerra finita". Per omaggiare la 'loro´ Melania hanno recuperato i documenti dov´è registrata la partenza dei Mazzucco ai primi del Novecento.
Ognuno ha qualcosa da raccontare. E se la lettura di un libro è un gioco a rimpiattino in cui il lettore e autore si inseguono per scoprirsi, in questo paesino il vento tiepido della memoria ha acceso la scintilla di sentimenti condivisi. Attraverso oggetti e parole. E anche odori di cucina. "Io preparerò gli involtini come li faceva mia nonna, magari riesco a farli assaggiare alla scrittrice" scherza la signora Maria. "Sono insaporiti col lardo, non con il prosciutto. Me li ha insegnati una parente che vive in America: lei ricordava la vecchia ricetta, io no, l´avevo dimenticata".