Vita
La prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache. Tanto per chiarire. Gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine ancora liscio come una rosa a decine di giudici appostati dietro una scrivania. Lui nudo, in piedi, desolato e offeso, quelli vestiti, seduti e tracotanti. Lui con le lacrime aggrappate al battito di un ciglio, quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano. La vergogna è inizialmente centuplicata dal fatto che indossa un paio di brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, talmente brutte che non se le metterebbe neanche un prete. Il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre glieli ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitorio del piroscafo. In quei dormitori - è cosa risaputa - nelle interminabili dodici notti di viaggio sparisce di tutto - dai risparmi al formaggio, dalle teste d'aglio alla verginità - e niente si ritrova. Infatti i dollari non sono stati rubati, però Diamante si è vergognato di confessare ai funzionari dell'isola che porta i dollari nelle mutande, e gli è venuta l'idea geniale di dire che non ce li ha. Il risultato del suo estremo pudore è che gli hanno fatto una croce sulla schiena e lo hanno respinto in fondo alla fila, per rimpatriarlo appena riparte la nave. Così ha fatto un viaggio inutile, suo padre Antonio e il misterioso zio Agnello hanno sprecato un mucchio di soldi e Vita - che è già passata - si ritroverà sola a New York e Dio sa cosa le succederà.
Da dietro la finestra, la città tremola sull'acqua - le torri sfiorano le nuvole, migliaia di finestre scintillano al sole. L'immagine di quella città che sorge sull'acqua e mira dritto al cielo gli rimarrà negli occhi per sempre - così vicina, e così irraggiungibile. Di fronte alla catastrofe, di fronte a un fallimento così indecoroso, Diamante è scoppiato a piangere senza ritegno e ha sussurrato all'interprete il disonorevole nascondiglio dei suoi dollari. In un batter d'occhio si ritrova, rosso in viso, con i calzoni arrotolati alle caviglie, le brache sventrate per scucirne la tasca interna e la cosa più segreta che possiede in mano, perché non sa dove metterla. Eccolo come entra in America, Diamante: nudo, con la carruba infreddolita che rialza la testa orgogliosamente man mano che lui avanza, a saltelli per non incespicare, verso la commissione, e gli sventola sotto il naso la banconota scolorita e impregnata dell'odore delle sue notti tormentose. La banconota nessuno se la prende, ma i giudici dietro il tavolo gli fanno segno di passare. è entrato. A questo punto ha già dimenticato la vergogna e l'umiliazione. Lo hanno spogliato? Gli hanno fatto calare le brache? Tanto meglio. In pratica, prima ancora di mettere piede a terra, ha già capito che qui possiede due sole ricchezze, di cui fino a oggi ignorava l'esistenza e l'utilità: il sesso e la mano che lo regge.
Un rumore lontano - forse le ruote di un carro che rimbombano sul selciato - lo precipita di soprassalto in un fetido buio. Appoggia istintivamente la mano sulla branda e tasta il cuscino per sfiorare i capelli di suo fratello. Ma stranamente non ha cuscino: la sua testa posa su un materasso ruvido e bitorzoluto. Diamante si leva a sedere. Guarda fuori dalla finestra, e non vede l'ombra della luna. Non vede niente, perché nel punto in cui è sempre stata, la finestra non c'è. Si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere. Una stanza sconosciuta. Sul pavimento, da sotto il letto che fronteggia il suo, sbuca una sinistra fila di scarpe chiodate da uomo. Ma a chi appartengano quelle scarpe, né dove siano i loro proprietari, non saprebbe dirlo. Solo a poco a poco, mentre dilaga in lui una fame prepotente, realizza di non essere a casa sua. La gorgogliante, ubriaca voce d'uomo che risuona di là dalla tenda non è quella di suo padre. Neanche il puzzo che gli mozza il respiro è quello di suo padre. Suo padre puzza di pietra, calce e sudore. Questo è invece puzzo di scarpe, vino e piscio stantio. Porte che sbattono, passi, un rutto eclatante fa tremare le pareti e la tenda che separa lo sgabuzzino da qualche altro locale si spalanca. Lo investe una fètola puzzolentissima, uno scroscio di risate e un fiotto di luce. Diamante chiude gli occhi, ricade supino sul materasso. Adesso è tutto chiaro. Ha sognato di nuovo la scena dello spogliarello di fronte alla commissione, accaduta solo due giorni prima, ma che continua ad accadere, e accadere, e se la sognerà finché campa. Questa è la sua seconda notte americana. Lo hanno portato a Prince Street. La casa è tutta nera, fatiscente, decrepita che sembra dover cadere da un momento all'altro. L'appartamento, uno dei tanti, in cima alle scale, all'ultimo piano, è dello zio Agnello. Questa è l'America.
La casa di Prince Street è stipata di pentole, ciotole, bigonce, sacchi di farina, barili e bauli. Diamante s'aggira a tentoni fra le gabbie di legno, dove gloglottano tre panciute galline, e il catino in cui agonizza una pianta di basilico, finché quasi si rompe il naso sbattendo contro la statua in gesso della Madonna delle Grazie patrona di Minturno. è ammaccata. Evidentemente anche altri ci hanno impattato e sono stati ancora meno fortunati di lui. Zigzaga fra canottiere, lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano i locali in due e gli schiaffeggiano il viso. Inciampa perfino in un letto matrimoniale, posto dietro un paravento, in quella che sembra la cucina, e rimane allocchito perché accanto alla testa unta di Agnello spicca sul cuscino la nuca pallida di una donna, il suo braccio, e - visione inedita che gli toglie il respiro - una gamba nuda, che la speranza di un refrigerio ha spinto maliziosamente sopra le lenzuola. Chi sia quella donna, Diamante lo ignora. Il fatto è che la testa unta appartiene proprio allo zio Agnello. Lo zio Agnello è sposato con Dionisia la scrivana. Ma la scrivana è rimasta in Italia, era alla stazione con sua madre, quando è partito. Tutt'e due piangevano. Lui non piangeva. S'avvicina alla sconosciuta, incuriosito, sgranocchiando una galletta. Non vorrebbe fare il minimo rumore, ma ha inavvertitamente preso a calci la gabbia delle galline e tutte cominciano a starnazzare. La sconosciuta ha i capelli color miele e gli occhi del colore dell'aceto. Quando si rende conto che se riesce a distinguere il colore dei suoi occhi significa che la donna è sveglia e lo sta guardando, Diamante rincula di soprassalto, travolge la gabbia e cade lungo disteso sul pavimento.
La casa di Prince Street Agnello l'ha presa in affitto dal banchista per rientrare nelle spese dopo l'acquisto del negozio di frutta e verdura, e siccome ha sempre avuto il desiderio acuto dei dollari, l'ha trasformata in una specie di pensione. Quegli uomini coi baffoni, anche se sembrano dei malfattori e potrebbero pure esserlo, sono i suoi pensionanti. I pensionanti, o bordanti, come si dice qui, pagano il letto, i servizi e i pasti. Anche Diamante dovrà pagare. Lo zio Agnello non fa sconti. è sempre stato spilorcio, perché ricco. O ricco perché spilorcio. Per spilorceria, ha pigiato in quelle stanze anguste quanti più uomini ha potuto. Ci sono brande negli angoli, davanti ai fornelli, dietro ogni tenda, spigolo e baule. Diamante conta quattordici uomini e la donna con la gamba nuda. Ma lui cerca un'altra donna. Anzi, una bambina: Vita.
La mano di Vita - umida, appiccicosa di zucchero, stretta nella sua - sarà l'unica cosa che Diamante finirà per ricordare del momento in cui il traghetto ha accostato ai moli di Battery Park. Tutti gli altri raccontano della forte commozione alla vista degli edifici immensi di Manhattan, bruni di fuliggine, delle migliaia di finestre, sui cui vetri s'infrange la luce, lampeggiando a intermittenza come a ripetere un misterioso segnale. Sbuffi di fumo incoronano le torri, stingendo i contorni, trasformandole in una visione immateriale, quasi un sogno. Raccontano dei comignoli delle navi ancorate alle banchine, delle bandiere, delle insegne che annunciano uffici, banche e agenzie, di una folla stupefacente assiepata nel porto. Ma Diamante è troppo piccolo di statura per intravedere, della terra promessa, altro che culi sbrindellati e schiene macilente. Si calca in testa il berretto - un berretto con la visiera rigida, troppo grande, che gli cala sulle orecchie - e con un saltello assesta il sacco che porta sulla spalla. è la federa di un cuscino a righe - la federa del suo cuscino - e contiene tutto il suo bagaglio. Gli scarponcini, coi lacci legati troppo stretti, gli fanno male. Serra la mano di Vita nella sua, temendo che un urto, uno strattone, anche solo l'inerzia della folla, finiscano per separarli. "Non lasciarmi", le ordina, "per nessuna ragione, non lasciarmi." Vita è il suo passaporto per l'America, anche se non lo sa. Un passaporto sgualcito e febbricitante, con i capelli aggrovigliati sulla testa e la veste a fiori. Dovrebbe avere lo scontrino giallo in bocca, ma stranamente non ce l'ha. è uno scontrino simile a quello che danno a chi deve ritirare i bagagli. Infatti anche loro dovevano essere ritirati. Sullo scontrino giallo c'è scritto good for father, ma né lei né Diamante hanno la minima idea di cosa significano quelle parole. Vita annuisce, e per dimostrargli che ha capito gli ficca le unghie nel palmo della mano.
Tutti si cercano, si chiamano in dozzine di lingue - per lo più ignote, aspre e gutturali. Tutti hanno qualcuno che è venuto a prenderli, o li aspetta al molo, un indirizzo scarabocchiato su un foglietto - il nome di un parente, di un connazionale, di un padrone. La maggior parte ha anche un contratto di lavoro. Ma tutti lo hanno negato. Così bisognava. E in verità la seconda cosa che Diamante ha fatto in America è stata di raccontare una storia. E nemmeno questo gli era mai capitato prima. Insomma, in un certo senso ha mentito. Funziona così. A Ellis Island gli americani ti rifilano una serie di domande - una specie di interrogatorio. L'interprete - un tizio perfido, un vero acciso che deve aver fatto carriera esercitando il proprio zelo contro i suoi compatrioti - ti spiega che devi dire la verità, solo la verità, perché in America la menzogna è il peccato più grave, peggio del furto. Ma purtroppo la verità non serve a loro e non serve a te. Perciò non dargli retta e racconta la storia che ti sei preparato. Credici, e pure loro ci crederanno. Guardali in faccia e giura. Giuro che non ho un contratto di lavoro (ma ce l'ha, lo zio Agnello lo manda a Cleveland a lavorare alle ferrovie). Giuro che mio zio provvederà al mio mantenimento per tutto il tempo che resto a Nevorco (questa poi è proprio grossa, perché Agnello è più tirato del buco del culo di una pecora). Ma la commissione non è stata a sindacare. Aveva fretta: doveva esaminarne altri quattromilacinquecento, piombati sull'America come le cavallette della Bibbia nello stesso giorno in cui c'è piombato lui. I funzionari erano distrutti e hanno ricevuto l'ordine di allargare le maglie del setaccio. Ascoltavano distrattamente le risposte. E lui si è tirato su le brache e li ha fregati.
La prima cosa che Vita ha fatto in America è stata una magia. Era seduta nel salone dell'isola. Mogia mogia, perché dopo la notte nella scialuppa di salvataggio le è salita la febbre. Stranita, passava in rassegna i volti degli sconosciuti che sventolando il passi venivano a ritirare i parenti. Ceffi duri sormontati da coppole, musi tagliati nella pietra, baffi a manubrio e a coda di topo, nasi a uncino, occhi di pece e acquamarina, pelli di cuoio e di alabastro, brufoli ed efelidi, mariti, nonni, suoceri, madri addolorate, trentenni in cerca della sposa vista solo in fotografia, un vecchio triste che ululava il nome del figlio. Ma suo padre non c'era. è quello? la strattonava Diamante, indicando un tizio dalla barba veneranda che corrispondeva all'idea che s'era fatto dello zio Agnello. Il cittadino più ricco di Tufo, quello che era andato in America per primo, armato solo di un'armonica a bocca - e adesso, a poco a poco, stava chiamando tutti dall'altra parte. Aveva già fatto partire cinquanta persone. Ma Vita scuoteva la testa. Quel tizio non poteva essere suo padre. Suo padre è un signore. Verrà sull'isola con lo yacht. Vedendola, solleverà il cilindro, farà un inchino e prendendola per mano dirà: Principessa, lei deve essere la mia adorata Vita.
Nel salone c'era un uomo con la scucchia. Vita lo ha notato perché era vestito peggio di tutti, con una orrenda giacca di fustagno verde e un paio di calzoni a quadretti tutti impataccati. Aveva prodigiosi ciuffi di peli sulle mani, nelle orecchie, nel naso e anche nel triangolo aperto della camicia. Si sventolava la faccia sudata con un giornale e la fissava in modo allarmante. Nel nastro del suo cappello era infilato un dollaro. Era brutto, e le ha fatto paura. Spaventata, ha stretto più forte la mano di Diamante e si è nascosta dietro la federa del suo cuscino. Ma l'uomo con la scucchia continuava a fissarla. Il colletto unto della sua giacca era cosparso di scaglie. Tuo padre ha la scucchia e la faccia scura e rattrappita come un chicco di caffè. Te lo ricordi, non è vero? Già camminavi quando venne a prendersi Nicola. Ma se non te lo ricordi, ricordati di questo: porterà un dollaro nel nastro del cappello. è stato allora che lo scontrino giallo è scomparso. Vita lo teneva in mano, lo fissava, desolata - e a un tratto lo scontrino non c'era più. Sparito. Volatilizzato. Subito dopo s'è infilata dietro la zingara con dieci figli. E l'uomo col dollaro nel nastro del cappello starà sbraitando nel salone di Ellis Island perché ha perso la figlia. Peggio per lui perché quello non è suo padre. Però adesso che ha fatto sparire lo scontrino giallo e nessuno potrà più ritirarla le viene da piangere. S'appende alla mano di Diamante. Comincia a singhiozzare, all'improvviso, sul molo di Battery Park, perché sa benissimo che quel tizio con la scucchia era proprio suo padre. O forse non per questo, ma perché quell'uomo l'ha guardata a lungo, studiando i lineamenti del suo viso, le gambette nude che spuntavano sotto il suo corto vestito a fiori, l'ha studiata con tenerezza e le ha sorriso, ma non l'ha riconosciuta.
"Vita, non piccia'!" esclama Diamante, infastidito perché non sa come fronteggiare le lacrime di una bambina. Le bambine non le sopporta. Vita s'appende alle sue bretelle, e comincia a trascinarlo lungo la strada. Non sto picciando, protesta, tirando testardamente su col naso. Poi s'asciuga il moccolo con le dita, e le strofina sul vestito a fiori, trainandolo, senza paura di finire schiacciata, sotto piloni di ferro sui quali i treni volano con stridore e fracasso indiavolato. Quando la folla si dirada, e intorno a loro rimangono solo un uomo col suo cavallo, e una venditrice ambulante di dolciumi, Diamante si volta indietro e non vede più il porto. I magazzini, i moli, le navi, gli argani, i treni volanti sono spariti. Tutt'intorno, ci sono solo case. Basse, sgangherate, con le facciate scolorite e i panni stesi alle finestre. Si sono persi.
Non avevano la minima idea di dove si trovassero. Era come essere sulla luna. La città - così sudicia e pittoresca nei pressi del porto - era diventata più bella. Sparite le case di legno fatiscenti, le folle stracciate e gli ambulanti. Sparita la gente bracalona che parlava dialetti vagamente familiari, la miriade di ragazzini che giocavano a biglie negli scoli della fogna. Ora ai lati della strada c'erano palazzi con facciate di marmo, e i pedoni portavano bombette e mazzarelli da passeggio di canna di bambù. Camminavano rasentando i muri, per passare inosservati. Ma non passavano inosservati sulla Broadway alla Trentaquattresima strada un ragazzino con un abito di cotone liso, un berretto e la federa di un cuscino a righe sulla spalla, e una bambina scalza coi capelli neri e un vestito a fiori più lurido del marciapiede. Ormai si trascinavano. Avevano i piedi in fiamme, e la città non finiva mai. A tratti si interrompeva - per un po' costeggiavano un prato, o l'ennesima voragine, dove operai stavano costruendo le fondamenta di un palazzo - ma poi ricominciava, più imponente, bella e lussuosa di prima. Erano già le cinque del pomeriggio. Vita incollò il naso alla vetrina di un negozio. In verità non era un negozio. Alto sei piani, lungo trecento metri, immenso, occupava un intero isolato. Nella vetrina, il manichino di una donna slanciata, sportiva, ostentava un braccio nudo: la sua mano impugnava un attrezzo enigmatico, simile a una racchetta da neve. La donna sorrideva. Era una donna finta, ma tutte le donne qui - anche quelle vere - sembravano finte. Non erano vestite di nero. Non portavano la tovaglia in testa. Né il corpetto ricamato né le sottane. Erano altissime, magrissime, biondissime. Avevano sorrisi radiosi - come la donna del cartellone, al cimitero - denti bianchi, fianchi stretti, piedi grandi. Vita non aveva mai visto donne simili, ed era affascinata. Forse al sole di questa città, anche lei sarebbe diventata così - da grande.
Scendeva il buio quando, attirati dalla vista di un bosco, si inoltrarono in un parco che somigliava a una campagna. Si sdraiarono sul prato, davanti a un lago. Nel parco non c'era quasi nessuno. Vita si sciacquò i piedi neri nell'acqua dove navigavano altezzose anatre bianche. Mangiarono l'ultima salsiccia rimasta nella federa e l'ultima manciata di fichi secchi. Erano immensamente felici e avrebbero voluto che questa giornata non finisse mai. Fu allora che l'italiano li notò.
Era un ambulante. Si avvicinava trascinandosi dietro un organetto, che sulle irregolarità del terreno esalava, di tanto in tanto, una nota. Non potete stare qui, piccerelli, disse, sfoderando un sorriso amichevole. Dopo il tramonto il parco chiude, se vi trovano gli sbirri vi portano in prigione. Siete appena arrivati? chiese, mettendosi a sedere accanto a loro. Sì, rispose Vita, con orgoglio. Stamattina, col traghetto dall'isola. Abbiamo visto tutta la città. Siete soli? Sì, disse Vita, e azzinnò un'occhiatina complice a Diamante. Siete fratelli? Sì, disse Diamante. No, disse Vita, mio fratello non lo conosco quasi, Diamante invece abita nello stesso vico mio. L'ambulante si arrotolò del tabacco in un lembo di giornale e aspirò qualche boccata. Siccome era italiano, e suonava delle canzoni bellissime sul suo organo, non diffidarono di lui. Dopo aver camminato tutto il giorno sulla luna, era bello sentir parlare la lingua di casa. Era bello trovare una guida. Se venite con me, vi faccio vedere un posto per dormire. è lontano? disse Diamante, che non sarebbe mai riuscito a costringere di nuovo i suoi piedi negli scarponcini stretti. No, dietro l'angolo. Lo vedi il Dakota? Indicò lo stupefacente castello tutto torri, pinnacoli, pignoni e torrette, dall'altra parte del lago. è là dietro.
Era lo scheletro di una casa in costruzione. Un asse mancante nella recinzione del cantiere immetteva in una specie di cantina. C'era un cartone macchiato che fungeva da materasso e una tavola sospesa su due latte vuote, che fungeva da tavolo. C'erano mucchi di scatole di conserva arrugginite e rifiuti. L'ambulante spinse l'organetto contro il muro e li invitò a sdraiarsi sul cartone. Lui s'avvolse in una coperta stinta, talmente piena di pidocchi che camminava da sola. Eccitati, gli raccontarono di Tufo e di Minturno, di Dionisia che era stata respinta dagli americani per via degli occhi malati e ora faceva la scrivana, e dello spaccapietre Antonio, che tutti chiamavano Mantu, e che era l'uomo più sfortunato del paese, perché due volte aveva traversato l'oceano, era arrivato fino in America e due volte l'avevano respinto, del fratello di Vita che Agnello s'era venuto a prendere nel 1897 e delle due sorelle e dei tre fratelli di Diamante che erano morti di fame. Vita gli mostrò perfino i suoi tesori. Sul piroscafo le avevano regalato un coltello, una forchetta e un cucchiaio d'argento del servizio del ristorante di prima classe. Ma il suo vero tesoro era un altro.
Prima di partire, s'era infilata nelle tasche del vestito una quantità di oggetti magici - per tornare a casa mia, spiegò con una certa condiscendenza. Una foglia arrugginita di olivo, la chela di un gambero, una pallina di cacca di capra, gli ossicini di una ranocchia, lo spino acuminato di un fico d'India, una scaglia d'intonaco della chiesa (che in tutti questi giorni si era sbriciolata, riducendosi a una polvere fina come talco), una tellina, il seme succhiato di un limone e un limone intero, coperto di una bianca peluria ammuffita. L'ambulante ignorò le posate d'argento e prese in mano tutti quegli oggetti disgustosi - mostrando di capirne il valore. Li soppesò, come fossero diamanti, e la aiutò a rinvoltolarli in un fazzoletto. Era gentile e interessato ai loro discorsi, come gli adulti non sono mai. Gli offrì un bicchiere del suo vino - l'unica cosa che avesse qui dell'Italia. Insistette, perché non volevano bere. Il vino aveva un vago sapore di medicina. Poi si fece triste e disse in tono malinconico che non sarebbero mai dovuti venire. Questo era un posto bruttissimo, non era vero niente di quello che si raccontava dall'altra parte. L'unica differenza fra l'America e l'Italia erano i soldi: i soldi qui c'erano, ma non erano destinati a loro. Anzi, loro servivano proprio per farli fare a qualcun altro. Dovevano tornare subito in Italia. Lui, se avesse potuto, sarebbe partito anche adesso. Solo che non poteva. A volte è difficile tornare indietro. Dall'altra parte, tutti credevano che fosse diventato ricco. Invece, in dieci anni che era qui, l'organetto era tutto quello che gli restava. Diamante fu così deluso dal discorso dell'ambulante che non gli rivolse più la parola. Questa città era una meraviglia bellissima, lui già la preferiva a qualunque altra e la fortuna lo stava aspettando. Si tolse la giacca, coprì Vita e disse che adesso, se non gli dispiaceva, volevano dormire. Era stata una lunghissima giornata. Buonanotte, bambini.
Quando aprì gli occhi, il sole già tramontava. L'ambulante non c'era più. Contro la parete non c'era più l'organetto. Ma non c'erano più neanche i suoi scarponcini, le scarpe di Vita, le posate d'argento, la giacca, la camicia, il berretto con la visiera, le bretelle. Era sparita anche la federa a righe con tutto il suo bagaglio. E, dalla tasca del vestito di Vita, mancava il ripugnante involto con il limone ammuffito, la foglia di olivo e la chela del gambero. Nemmeno uno degli oggetti magici era rimasto. C'erano solo le sue brache, gettate in un angolo. Troppo logore perfino per essere vendute a uno straccivendolo. La tasca interna, che tanto imbarazzo gli era costata davanti alla commissione di Ellis Island, era vuota. Diamante restò quasi un'ora disteso su quel cartone, mordendosi le labbra per non piangere. Non riusciva a credere che quell'uomo avesse derubato proprio loro. Che gli avevano concesso amicizia e compagnia - gli avevano affidato i loro segreti. Il respiro di Vita gli sfiorava la guancia. La guardava dormire, col viso rivolto verso di lui e un'espressione di beatitudine sulle labbra, e non voleva svegliarla. Non precipitarla nelle fondamenta di questo palazzo, in mezzo ai rifiuti e all'ingiustizia degli uomini.
Il poliziotto dai capelli color ruggine, filacciosi come le barbe delle pannocchie, li intercettò mentre vagavano nel parco scalzi e mezzi nudi. Non gli dissero una parola. Del resto non lo capivano, e quello non capiva loro. Sbraitava nella sua lingua incomprensibile, e quando afferrò Diamante per un orecchio lo tirò fin quasi a strapparglielo. Non servì a niente. Si trovò davanti due musetti luridi, delusi, impenetrabili. Quattro occhi colmi di rabbia e di tristezza. Li trascinò a spintoni verso il carro della polizia che sostava all'ingresso di Central Park. Consultò il collega circa il da farsi con questi due vagabondi. L'altro alzò le spalle. Ce n'erano centinaia di ragazzini così, nelle vie di New York. Quando li prendevano, li portavano negli asili di carità. Se non riuscivano a dimostrare di essere in grado di mantenersi in America, se risultavano vivere a carico del governo municipale - un peso una minaccia e un pericolo per la società - venivano espulsi. Li rimpatriavano col primo piroscafo. uninvited strangers. undesirable aliens. Il poliziotto costrinse Diamante a salire sul carro. Diamante nascose il viso fra le mani, perché si vergognava. I passanti non dovevano pensare che era un ladro. Era stato derubato, invece, anche se non sapeva come dirlo. Come far credere che lui e Vita possedessero qualcosa che poteva essere rubato. "Come on, little one", disse il poliziotto rosso di pelo a Vita. Vita non si mosse. Continuava a frugarsi nella tasca, come se l'involto potesse riapparire, perché era impossibile che l'ambulante le avesse preso anche quello - pieno di oggetti che per lui non significavano niente e che dovevano invece riportare a casa lei. Ma l'involto non riappariva. "Come on!" ripeté il poliziotto. Gli occhi scurissimi di Vita indugiarono sulle spalle curve di Diamante. Nude, perché nemmeno la camicia gli era rimasta. Sulle sue spalle magre il disegno delle ossa ricordava quello delle ali. Allora si chinò, raccolse un bastoncino da una pozzanghera, e con mano incerta, mentre i due poliziotti la fissavano allibiti, nella terra del parco scrisse: 18 Prince Street.